Quando sono venuto a conoscenza del referendum chiamato (impropriamente e strumentalmente) “no Triv”, ho acceso il pc e mi sono messo a cercare info a riguardo.
La tutela dell’ambiente è prioritaria rispetto a qualsiasi altra cosa e prima di farmi un’idea ho pensato: come potrei non sostenere una battaglia del genere? Poi ho cominciato a leggere, mi sono posto due domande e mi sono dato due risposte (che ripropongo). Andiamo con ordine.

Prima di tutto, questo referendum va ad incidere su nuove perforazioni?
Assolutamente no. La consultazione riguarda impianti e piattaforme esistenti e già funzionanti che dopo più di 50 anni di attività non hanno causato problemi o inquinato durante la fase di estrazione di gas. Gas, si. Perché non parliamo di estrazione di petrolio (altra bufala grossa quanto una casa) ma di gas, lo stesso che viene estratto a due passi da noi nelle coste della Croazia. Per capirci, il gas metano è il meno inquinante dei combustibili, quello che ci accompagnerà verso le rinnovabili, unica vera soluzione che ci permetterà di conciliare sviluppo e tutela ambientale.
Rischiamo di andare verso quello che è successo con il nucleare: abbiamo detto no al nucleare ma acquistiamo energia dalla Francia, a due passi da noi, che la produce con il nucleare. Wow!

Ma se il referendum non riguarda le nuove perforazioni, su cosa ci chiede di esprimerci?
Il referendum riguarda la durata delle concessioni già esistenti presenti in mare aperto o entro le 12 miglia dove sono già presenti impianti (anche da più di 30 anni). Delle “trivelle” o di nuove perforazioni non si parla per niente.

Che succede se vincono i “No Triv”?
Se vincesse il SI al referendum, l’effetto sarebbe la cessazione delle attività di estrazione alla scadenza delle concessioni, che dura solitamente 30 anni.
Quindi, dopo aver trivellato (in passato), strutturato gli impianti e fatto tutto, alla fine della concessione ci sarebbe lo stop dell’estrazione (con tutti gli impianti già presenti e senza la necessità di dover trivellare) anche se ci fossero immense quantità di giacimenti di gas.
Chiaramente, dato che non è possibile (lo sappiamo tutti, vero?!) da un anno all’altro sviluppare politiche energetiche sostenibili in grado di soddisfare il fabbisogno nazionale, saremmo costretti semplicemente ad importare di più, ad incrementare il traffico navale (e si!! questa volta..) ad appesantire l’ambiente.
Siamo in un momento di transizione: in questi 30/40 anni dovremo arrivare a soddisfare quasi completamente il fabbisogno energetico mondiale con le rinnovabili. Ma non basta un battito di ciglio per farlo, ci vuole un po’ di tempo e i giusti investimenti.

Il turismo e le calamità naturali?
Gli impianti sono off-shore e comunque, per capirci, molti impianti (puntualizziamo, sempre a largo ed entro le 12 miglia) ad oggi si trovano di fronte la riviera romagnola, dove vivono di turismo.
Ad essere proprio onesto però, una cosa che non mi andava giù c’è: riguarda l’autorizzazione data ad una compagnia per studiare oltre le 12 miglia nella zona delle Tremiti, ma la compagnia, fortunatamente, ha rinunciato.
Per quanto riguarda le calamità naturali, invece, è certificato dall’ ISPRA che non esiste alcun nesso di causalità tra le due cose.

Conseguenze del referendum?
Se vincesse il SI ci sarebbe la perdita di posti di lavoro, non cambierebbe nulla dal punto di vista delle perforazioni, in Croazia (quindi nei nostri mari) continuerebbero ad estrarre proprio come è accaduto con il Nucleare in Francia (sempre di fianco a noi). Rispetto al problema inquinamento ci sarebbe un appesantimento dei traffici navali -ed economici-, in quanto si dovrebbe importare più gas.
Se non passasse il referendum, non ci sarebbero ugualmente nuove perforazioni, si continuerebbe ad estrarre gas in questo momento di transizione verso le rinnovabili e non si perderebbero da un giorno all’altro posti di lavoro.
Io dico si a maggiori sviluppi sul rinnovabile, no al populismo!

Armiamoci e partite”, direbbe qualcuno. Speriamo che questa volta non sia così.

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